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“Io e Annie”: Woody Allen aveva capito tutto dei rapporti uomo-donna

La seconda stagione della rassegna “Lo schermo dietro al sipario” giunge al termine con l’ultimo appuntamento di martedì 21 marzo alle ore 21 al Teatro Ermanno Fabbri di Vignola con Io e Annie di Woody Allen.

Una commedia romantica e dolceamara vincitrice di quattro premi Oscar, che proprio quest’anno compie 40 anni. Ecco qualche motivo per cui vale la pena di (ri)vederla sul grande schermo – tralasciando il fatto che il regista newyorchese dimostra di aver capito tutto dei rapporti tra uomini e donne!

io e annie

Io e Annie: la sceneggiatura più divertente di sempre

Almeno secondo la Writers Guild of America, il sindacato degli autori americani, che ha stilato una classifica delle 101 sceneggiature più divertenti della storia del cinema. Quella originale scritta da Woody Allen (assieme a Marshall Brickman) per Io e Annie si è piazzata al primissimo posto.

E pensare che doveva essere una sorta di thriller…

Inizialmente, il progetto di Allen era quello di realizzare un vero e proprio giallo, con tanto di omicidio e misteri. E in effetti è con queste intenzioni che è stato girato: la storia d’amore tra Alvy e Annie era solo una sottotrama. Tuttavia, durante il montaggio, Allen si accorse che proprio questa sottotrama era ciò che funzionava meglio; non gli rimase altra scelta che virare verso la commedia romantica e realizzare un vero e proprio capolavoro nel suo genere!

…e doveva essere un “mattone” lunghissimo!

Il titolo iniziale del progetto era Anedonia: il riferimento è al termine della psicologia che indica l’incapacità di un individuo di provare piacere anche in situazioni che per definizione ne procurano. E, soprattutto, durava 4 ore e mezza! Dopo il cambio di programma e di genere, Allen ridusse il film agli attuali 90 minuti o poco più.

io e annie

Diane Keaton: una vera musa ispiratrice

Nome e cognome di Annie Hall (la protagonista e allo stesso tempo il titolo originale del film) si devono letteralmente a Diane Keaton. Hall è infatti il vero cognome dell’attrice, all’epoca compagna di Woody Allen anche nella vita, che era solito soprannominarla proprio Annie.

L’arte del cameo

Nel film compaiono alcuni attori d’eccezione, tra i quali il cantautore Paul Simon, gli attori Shelley Duvall e Christopher Walken e, in una scena esilarante passata alla storia, il sociologo e padre delle teorie moderne sulla comunicazione Marshall McLuhan.

Vi aspettiamo per chiudere in bellezza la stagione: buona visione!

Il mago di Oz nella nuovissima versione restaurata al Teatro Fabbri di Vignola

Anche il nostro proiettore è stato colpito dai malanni di stagione, e oggi deve stare a risposo. Slitta dunque a domenica 15 gennaio alle ore 16, al Teatro Ermanno Fabbri di Vignola, la proiezione del mitico Il mago di Oz, nella nuovissima versione restaurata realizzata da Warner Bros.

Biglietto d’ingresso a € 5,00 e solo € 3,00 fino ai 12 anni di età.

Grazie alla trasformazione digitale del Technicolor in 4K ad altissima definizione, un grande classico si rinnova e continua ad affascinare milioni di spettatori, perché “nessun posto è bello come casa”.

Il mago di Oz: tanti registi, un capolavoro e… Via col vento

Uscito nel 1939 e basato sul romanzo di L. Frank Baum, Il mago di Oz è ufficialmente accreditato a Victor Fleming, che tuttavia è solo uno dei cinque registi che si sono susseguiti nelle riprese. Richard Thorpe girò diverse settimane di materiale, del quale nulla appare nel montaggio finale. La produzione, insoddisfatta del suo lavoro, assoldò George Cukor, che si limitò a dare alcune idee creative senza girare nulla, perché fu ingaggiato come regista di Via col vento. Prese il suo posto Victor Fleming, che girò la maggior parte del film finché non venne incaricato della regia proprio di Via col vento (sostituendo di nuovo Cukor!). La produzione fu portata a termine da King Vidor e dal produttore Mervyn LeRoy.

Fleming si impegnò comunque nel montaggio, che portava avanti di notte mentre di giorno era impegnato sul set di Via col vento. Alla cerimonia degli Oscar del 1940, entrambi i titoli furono candidati come Miglior film dell’anno, ma a vincere la statuetta fu il kolossal con protagonista Rossella O’Hara. A Il mago di Oz andò il premio per la miglior colonna sonora e per la canzone originale Over the rainbow, nell’incantevole interpretazione che diede il via alla carriera di Judy Garland.

Simboli e significati del film

Proprio la canzone Over the Rainbow e la famosa frase “There’s no place like home” (“Nessun posto è come casa”) sono l’emblema di questo film. La prima rappresenta la voglia di crescere, di avventurarsi verso nuovi orizzonti, mentre la seconda, il ritorno a casa che definisce e completa la propria identità. Infatti nel film un tornado trasporta la bambina Dorothy e il suo cagnolino Toto dal “grigio” Kansas, la loro casa, al magico mondo di Oz: colorato (grazie all’allora innovativo Technicolor) e pieno di speranze.

Lì la bambina incontra tre amici: lo Spaventapasseri, il Leone e l’Uomo di latta. Con loro intraprenderà un viaggio verso la realizzazione dei loro desideri: il Leone desidera il coraggio, lo Spaventapasseri un cervello, l’Uomo di latta un cuore, mentre Dorothy vuole tornare a casa. Cercheranno di raggiungere il grande mago di Oz, l’unico in grado di esaudire i loro desideri, ma nel viaggio non mancheranno le difficoltà e le malignità dalla strega cattiva del Ovest.

Il mago di Oz e il suo tempo

Il senso di speranza che si percepisce durante il film riflette il periodo storico in cui è stato prodotto. Gli Stati Uniti cercavano l’uscita dagli anni della Grande Depressione e il cinema, soprattutto il genere musicale, esorcizzava i giorni bui della crisi stravolgendo la realtà e donando un’occasione di distrazione e sollievo. Inevitabili furono quindi le allusioni politiche associate al film, specialmente al New Deal di Roosevelt: il potente mago di Oz dona nuova speranza ai protagonisti e agli abitanti del suo mondo, come si sperava avrebbe fatto il grande programma economico del Presidente.

 

L’armata Brancaleone: un film diventato proverbiale (e non per modo di dire!)

Si ride, e tanto, con il secondo appuntamento della rassegna “Lo schermo dietro al sipario”, seconda edizione. Perché il film scelto per la proiezione di martedì 6 dicembre alle ore 21 al Teatro Ermanno Fabbri di Vignola è L’armata Brancaleone di Mario Monicelli.

Un film che giusto quest’anno compie 50 anni e che ancora rappresenta una pietra miliare del filone comico del cinema italiano. Questo sicuramente grazie a Vittorio Gassman, che impersona lo sbruffone e millantatore cavaliere Brancaleone da Norcia, e grazie al contorno di personaggi improbabili che lo accompagnano nelle sue sgangherate avventure (fra i vari attori che appaiono nel film va citato anche il grande Gian Maria Volonté).

Ma la chiave comica del capolavoro di Monicelli sta sicuramente nella sceneggiatura esilarante scritta da Age e Scarpelli, il duo di autori più influenti nel genere della “commedia all’italiana”. I due inventano un Medioevo truculento e grottesco allo stesso tempo e lo arricchiscono di un linguaggio di pura fantasia, ma dall’effetto comico assicurato. Si tratta di un’operazione simile al grammelot, ovvero una lingua che impasta termini di diverse derivazioni. Nel caso di L’armata Brancaleone, le parlate dialettali del Lazio incontrano il latino, dando vita a modi di espressione dissacranti e gustosissime.

Non tutti i film possono vantare l’ingresso del proprio titolo nei dizionari!

E non è tutto: pochi film come questo sono riusciti a far entrare parole e battute nel linguaggio corrente, come espressioni di uso comune o come scherzose citazioni dal film. Su tutte, sicuramente il titolo stesso del film. Oggi, sia in ambito giornalistico sia in ambito colloquiale, “armata Brancaleone” sta a indicare un gruppo di persone male assortito, spesso male in arnese, molto confusionario e disorganizzato e con le idee ben poco chiare. Non tutti i film possono vantare l’ingresso del proprio titolo nei dizionari!

Vi aspettiamo per divertirci assieme con le avventure di questa sgangherata compagnia e festeggiare i 50 anni di uno dei film più divertenti del cinema italiano!

Taxi Driver: il cult di Martin Scorsese 40 anni dopo

New York: il reduce del Vietnam Travis Bickle, ossessionato dalla sporcizia materiale e morale che lo circonda, impegna le sue notti insonni facendo il tassista. In una claustrofobica discesa nel baratro della solitudine, in bilico sui margini della sanità mentale, incontra due donne per lui diversamente irraggiungibili: la prostituta minorenne Easy (interpretata da una giovanissima Jodie Foster) e la borghese Betsy, che lavora alla campagna presidenziale del senatore Palantine. Il suo già fragile equilibrio crolla, e Travis decide un’azione drastica e violenta che avrà esiti impensati.

A 40 anni dalla prima proiezione Fabricanda presenta la versione restaurata del capolavoro di Martin Scorsese, una pietra miliare del cinema americano, candidato a quattro premi Oscar, Palma d’oro a Cannes come miglior film. Un giovane Robert De Niro in stato di grazia, entrato per sempre nella memoria collettiva con la celebre scena “You talkin’ to me? You talkin’ to me?” davanti allo specchio, tradotta nella versione italiana con la voce dell’indimenticato Ferruccio Amendola. Sceneggiatura di Paul Schrader e ultima colonna sonora di Bernard Herrman, già all’opera in Psycho di Hitchcock.

Dello stato d’animo in cui fu concepito il film racconta lo stesso Scorsese, che compare anche in un cameo (è il cliente che si fa portare in taxi per osservare la moglie che lo tradisce): “La scrittura di questa sceneggiatura è stata un’autoterapia. Stavo attraversando un periodo molto buio. Ero in condizioni disperate. Questo personaggio iniziò a impossessarsi della mia vita. Sentii che dovevo metterlo nero su bianco per non diventare come lui. Vivevo nella mia auto, stavo andando alla deriva. A 26 anni finii in ospedale per un’ulcera sanguinante. In ospedale mi venne in mente questa metafora del taxi, come una bara umana che scorre per le fogne della città, che sembra vivere al centro della società ma in realtà è completamente solo. Alla fine ha funzionato”.

Un’Odissea nello spazio tra curiosità e aneddoti imperdibili

Uno dei film più straordinari mai realizzati, il punto di incontro tra il cinema, la filosofia, la riflessione sulla scienza, sulla tecnologia e sul destino dell’uomo. In estrema sintesi è questo 2001: Odissea nello spazio, il capolavoro di Stanley Kubrick del 1968 che proponiamo per l’appuntamento della rassegna “Lo schermo dietro al sipario” mercoledì 2 marzo alle ore 21 al Teatro Ermanno Fabbri di Vignola.

Una pellicola che ha fatto la storia e che ha segnato l’immaginario collettivo anche di chi non lo ha mai guardato, visto il numero esorbitante di citazioni che si trovano all’interno di altre pellicole, canzoni, opere letterarie, programmi televisivi e tanto altro ancora. Un film, tuttavia, che conserva qualche mistero e che da sempre scatena la fantasia degli esegeti e dei semplici appassionati. Andiamo a soddisfare in questo articolo qualche piccola curiosità prima di goderci il film comodamente seduti sulle poltroncine del teatro.

2001: Odissea nello spazio e la sua straordinaria colonna sonora

2001: odissea nello spazio

Dopo aver inizialmente commissionato una partitura al compositore Alex North (già autore delle musiche di Spartacus), Kubrick si orientò su brani di musica classica e sinfonica, alcuni dei quali diventati famosissimi proprio grazie all’inserimento in 2001: Odissea nello spazio. Sicuramente la memoria corre a Sul bel Danubio blu, il valzer viennese di Johann Strauss che ormai tutti associano al capolavoro di Kubrick; ma non vanno certamente dimenticati i molti brani del compositore ungherese György Ligeti, del musicista armeno Aram Il’ič Chačaturjan e le musiche da Così parlò Zarathustra di Richard Strauss, opera con forti attinenze al film di Kubrick: come il profeta Zarathustra va tra gli uomini a portare una nuova rivelazione, così anche il misterioso monolito che appare alle scimmie nella prima parte del film avrà diversi insegnamenti da impartire.

Cambio di pianeti: esce Saturno entra Giove

2001: odissea nello spazio

2001: Odissea nello spazio nasce da un soggetto comune elaborato da Kubrick e dallo scrittore di fantascienza Arthur C. Clarke, ed uscì contemporaneamente nelle sale come film e nelle librerie come romanzo nel 1968. Le due opere non sono però esattamente identiche, tanto da essere considerate capolavori nei rispettivi generi. Nel racconto di Clarke il viaggio spaziale e il terzo incontro con il monolito avviene nell’orbita di Saturno, mentre Kubrick ambienta l’episodio nell’orbita di Giove. Questa scelta del regista sarebbe dovuta alla notevole difficoltà incontrata dalla squadra degli effetti speciali nel riprodurre l’aspetto degli anelli di Saturno. Essendo Kubrick notoriamente un perfezionista, non si sarebbe mai accontentato di una copia infedele e raffazzonata, per cui ecco la scelta di Giove, che avendo solo lune e non anelli risultava più semplice da riprodurre.

Anche se molti fan di sci-fi e occultismo non si accontentano di questa spiegazione, sostenendo invece che Kubrick sarebbe stato spinto a questo cambio da ambienti occulti di alto livello per evitare richiami troppo espliciti a un vero programma che aveva in Saturno uno dei principali riferimenti. Verità o leggenda?

La canzoncina di Hal 9000

2001: odissea nello spazio

Con un semplice cacciavite l’uomo riprende il controllo dell’utensile più sofisticato mai costruito, totalmente intenzionato a fare a meno di chi lo aveva generato. Nel momento in cui viene messo fuori uso dal coraggio e dall’ingegno delle scimmie evolute che abitano l’astronave, Hal 9000 (il cui nome si dice sia una traslitterazione in avanti di un grafema nell’ordine alfabetico della sigla Ibm – ipotesi seccamente smentita da Clarke) regredisce a uno stato infantile e tra promesse, lusinghe e preghiere intona una canzoncina. Nella versione italiana è la nota Giro girotondo, mentre nell’originale la canzoncina è Bicycle Built for Two, che contiene la rima tra l’iniziale “Daisy, Daisy…” e il verso successivo “I’m half crazy” (“sono mezzo matto”).

Nel 1962 ai Bell Labs fu fatto un esperimento: far cantare un IBM 704, novità quasi sconvolgente per l’epoca. La canzone scelta fu proprio Bicycle Built for Two. Pare che l’esperimento avesse profondamente colpito un visitatore dei Bell Labs: Arthur Clarke, coautore della sceneggiatura di 2001: Odissea nello spazio.

Design futuribile e design “profetico”

2001: odissea nello spazio

Come è tipico del genere fantascientifico, gli oggetti e gli scenari sono ispirati a un idea di futuro che cambia da periodo a periodo. Quello di 2001: Odissea nello spazio è il futuro immaginato negli anni Sessanta della corsa allo spazio. Tute unisex, scafandri spaziali dai colori accesi e arredamenti dalle linee morbide e pulite. Ad esempio nel film fanno bella mostra di se le Djinn (che in arabo significa “genio”), poltrone composte da un unico pezzo che hanno avuto molto successo commerciale in quegli anni. Tuttavia Kubrick è attento ai dettagli e a ciò che significano: nella scena dell’ultima parte del film nella quale l’astronauta Bowman viene proiettato in un’altra dimensione e si ritrova in una stanza, questa è arredata in stile settecentesco. Probabilmente il richiamo è al secolo dei Lumi e della ragione, la funzione più fortemente messa in discussione all’interno di un film che parla di violenza, istinto e dominio.

A volte però la fantascienza è davvero profetica. Nel 2011, durante la causa che vedeva opposti i due giganti dell’elettronica Apple e Samsung – con l’azienda di Cupertino che accusava i coreani di aver copiato per i propri tablet il design dell’iPad – i legali dell’azienda produttrice dei modelli Galaxy cercarono di dimostrare che non esisteva alcun plagio mostrando proprio una scena di 2001: Odissea nello spazio nella quale gli astronauti maneggiavano una tavoletta elettronica del tutto simile nella forma a quella di un iPad. Dunque l’idea di di quel design sarebbe nata con il film, e non nessuno potrebbe accamparvi diritti esclusivi…

Vi aspettiamo per una delle esperienze più intense offerte dalla storia del cinema al Teatro Ermanno Fabbri di Vignola, mercoledì 2 marzo alle ore 21. Non mancate!

Dino Risi: “come spiego a mia moglie che quando guardo fuori dalla finestra sto lavorando?”

Il 23 dicembre 1916 nasce a Milano Dino Risi, il regista che abbiamo deciso di omaggiare nell’anniversario della nascita proiettando uno dei suoi film più famosi, I mostri, martedì 16 febbraio 2016 alle ore 21 al Teatro Ermanno Fabbri di Vignola, nella versione restaurata dal Museo Nazionale del Cinema di Torino e dalla Cineteca di Bologna.

Dino RisiUn “anarchico”, un libero pensatore. È quanto lui stesso avrebbe dichiarato alla maestra delle elementari quando gli chiese perché non frequentasse l’ora di religione (suscitando così l’invidia dei compagni!). Dopo gli studi classici si laurea in Medicina, ma rifiuta di diventare psichiatra, come avrebbero desiderato i genitori, e inizia invece la carriera nel cinema. Come ha affermato lui stesso nella sua autobiografia I miei mostri uscita nel 2004, “stanco di curare gente che non guariva, mi sono dato al cinema”.

Le prime esperienze in campo cinematografico sono accanto ai registi Mario Soldati (Piccolo mondo antico, 1940) e Alberto Lattuada (Giacomo l’idealista, 1942). Il successo arriva grazie a Pane, amore e… (1955), sequel dei fortunati Pane, amore e fantasiaPane, amore e gelosia di Luigi Comencini. Sono i titoli che inaugurano la lunga stagione della commedia all’italiana, che impegnerà una generazione di attori simbolo di un’epoca come Nino Manfredi, Alberto Sordi, Vittorio Gassman e Ugo Tognazzi. Sono i film che raccontano l’Italia del boom economico nella sua tortuosa strada verso la modernità, e che Risi interpreta secondo una propria riconoscibile poetica: popolare, mai eccessivamente sentimentale, attenta al costume, senza rivendicazioni ideologiche. È del 1961 il drammatico Una vita difficile con Alberto Sordi, a cui segue l’anno successivo Il sorpasso, con Vittorio Gassman e Jean-Louis Trintignant, da molti considerato una delle vette assolute del cinema di quegli anni.

Il sorpasso di Dino Risi

La filmografia di Dino Risi riporta un ritratto a tratti impietoso della società italiana, di cui racconta la cialtronaggine trionfante (I mostri, 1963), il romanticismo da fotoromanzo (Straziami ma di baci saziami, 1968), le stravaganti abitudini sessuali (Sesso matto, 1973) e il marcio di una società irrimediabilmente corrotta (In nome del popolo italiano, 1971). Dopo questa stagione, Risi passa al dramma psicologico con Profumo di donna (1974), che ottiene due nomination all’Oscar, e Anima persa (1976), due pellicole sul male di vivere tratte dai romanzi di Giovanni Arpino e interpretate da Vittorio Gassman. Di Profumo di donna sarà girato anche un remake hollywoodiano, Scent of a Woman, con Al Pacino diretto da Martin Brest nel 1992.

Dino Risi

Dino Risi gira insieme a Mario Monicelli e Ettore Scola I nuovi mostri (1977) e negli anni Ottanta prosegue la produzione di commedie. Il suo ultimo film, Giovani e belli, remake di Poveri ma belli, è del 1996. Nel 2002 riceve il Leone d’Oro alla carriera alla Mostra del Cinema di Venezia, nel 2004 il presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi lo insignisce del titolo di Cavaliere di Gran Croce.

Si spegne a Roma, nel residence dove abitava da trent’anni, il 7 giugno del 2008. Uomo arguto e autoironico, certamente non avrebbe voluto toni troppo pomposi o seriosi, a commentare la sua scomparsa. Anche perché sulla vecchiaia, e la morte, ci ha sempre scherzato: “Penso – ha detto una volta – che bisognerebbe andarsene tutti a ottant’anni. Per legge”.

I Mostri di Dino Risi: l’Italia di ieri strizza l’occhio a quella di oggi

Quest’anno il regista Dino Risi, considerato uno dei maestri della “commedia all’italiana”, avrebbe compiuto 100 anni. Scomparso invece nel 2008, ha lasciato un’opera cinematografica ricca e graffiante che abbiamo deciso di omaggiare in questo anniversario.

Per questo martedì 16 febbraio alle ore 21 la rassegna “Lo schermo dietro al sipario” ricorderà Dino Risi proiettando I mostri (1963) al Teatro Ermanno Fabbri di Vignola, una delle sue pellicole più note e divertenti, nella versione restaurata dal Museo Nazionale del Cinema di Torino  e dalla Cineteca di Bologna.

I mostri

Uscito un anno dopo il celebre Il sorpasso, I mostri è un film dalla struttura estremamente libera, un lungometraggio a episodi di diversa lunghezza e complessità per un totale di 118 minuti che ritraggono un’Italia euforica e meschina, quella che sta vivendo il boom economico senza però entrare nella modernità civile. Sceneggiato da Elio Petri, Age e Scarpelli, il film era stato inizialmente progettato per Alberto Sordi. A interpretare i venti episodi del film fu invece la coppia formata da Vittorio Gassman e Ugo Tognazzi, mentre come comprimari nelle diverse vicende raccontate si avvicendano un giovanissimo Ricky Tognazzi, Lando Buzzanca, la cantante Gabriella Ferri, il produttore del film Mario Cecchi Gori e tanti altri, per un film corale e coeso, nonostante l’apparenza della raccolta di frammenti, ambientato nella Roma dei primi anni Sessanta.

I mostri

Un film sui vizi e le contraddizioni di un paese in via di veloce trasformazione, ritratti nei più diversi contesti: in famiglia, di fronte alla giustizia e alla legalità, nello sport, nelle abitudini sessuali, alle prese con la religione e l’amicizia. Gli italiani ritratti da Risi sono biechi e deformi, dei “mostri” appunti, caratteristica che suscita un effetto comico irresistibile e ne esaspera però il carattere immorale (o amorale). Già dai titoli di alcuni degli episodi I mostri è un film ancora molto in sintonia con il nostro tempo: L’educazione sentimentaleLa raccomandazioneChe vitaccia!La giornata dell’onorevoleLatin lovers o La strada è di tutti, solo per citarne alcuni.

Un film da vedere o rivedere sul grande schermo per ricordare uno periodi migliori della storia del cinema italiano. Che ne dici: vieni al cinema con noi?

Qualcuno volò sul nido del cuculo: alzi la mano chi sapeva che…

Un film entrato nell’immaginario popolare, Qualcuno volò sul nido del cuculo. E come ogni pellicola memorabile, anche il capolavoro di Miloš Forman presenta interessanti retroscena e ha generato citazioni e parodie. Ecco alcune cose che (forse) non sapevate sul film in programma lunedì 18 gennaio 2016 alle ore 21 al Teatro Ermanno Fabbri di Vignola.

Che cosa significa Qualcuno volò sul nido del cuculo?

Qualcuno volò sul nido del cuculo

Un titolo memorabile e che tutti ricordano dalla primissima volta in cui lo incontrano, ma di cui pochi conoscono il significato. Sì, perché in effetti il significato del titolo nel film si perde rispetto al libro che lo ha ispirato. L’autore Ken Kesey (che per divergenze economiche e artistiche non parteciperà alla realizzazione del film e non approverà la versione finale) lo esplicita nell’omonimo libro del 1962, dove racconta la sua esperienza diretta di lavoro in un manicomio dell’Oregon. Il titolo viene dal verso di una filastrocca citata nel romanzo, che recita più o meno “uno stormo di tre oche, una volò ad est, una volò ad ovest, una volò sul nido del cuculo”. Il riferimento metaforico è al manicomio stesso e alla parabola del protagonista Randle McMurphy, che da “sano” entra nella struttura per degenerare condizionato dalle regole e dalla vita dell’ospedale psichiatrico. Inoltre già all’epoca la parola “cuckoo” designava nell’inglese colloquiale una persona dai comportamenti insoliti, ed era utilizzata come insulto.

Quando Homer si mise nei panni di Jack Nicholson…

Qualcuno volò sul nido del cuculo

Nella diciottesima puntata della quarta stagione dei Simpson viene fatta una divertente quanto assurda parodia della bellissima scena finale del Cuculo, con l’ubriacone Barney al posto di “Grande Capo” Bromden e il malcapitato Homer… nei panni di Jack Nicholson. Peccato che Barney non voglia salvare l’amico da un’esistenza meschina, bensì non riesca a sopportare l’idea che non voglia più saperne di bere birra!

Citazioni e parodie… in musica

Nemmeno il mondo della musica, e in particolare quello dei videoclip, si è astenuto dal citare Qualcuno volò sul nido del cuculo. In particolare, due delle band più note degli anni Novanta hanno citato in due videoclip di successo le atmosfere e le scene stesse del film di Miloš Forman. Nel video di Basket case i Green Day suonano in una struttura psichiatrica molto simile a quella del film, ambientazione che esaspera i problemi di depressione e instabilità mentale raccontati con ironia nel testo della canzone.

Ancora più espliciti gli Oasis, che hanno scelto per il videoclip di Sunday Morning Call di citare esplicitamente diverse scene, con un ragazzo arrestato e internato in manicomio che come il Jack Nicholson del film si mette a capeggiare gli altri pazienti incitandoli a non sottostare a una disciplina sorda.

Queste sono solo alcune delle curiosità che circondano il film che potrete vedere lunedì 18 gennaio 2016 al Teatro Ermanno Fabbri di Vignola. Curiosi di (ri)vederlo? Vi aspettiamo!

Quattro curiosità da sapere su Tempi moderni

Il 2 dicembre al Teatro Ermanno Fabbri avete un appuntamento con la Storia. Sì, perché il film che abbiamo scelto per il terzo appuntamento della rassegna “Lo schermo dietro al sipario” è niente meno che Tempi moderni di Charlie Chaplin. Praticamente un monumento su celluloide, uno dei film più noti di sempre i cui fotogrammi sono stampati nell’immaginario collettivo.

La proiezione inizierà come sempre dalle ore 21:00 (e dalle ore 20:00 sarà sempre possibile partecipare alle visite guidate al Museo del Cinema Antonio Marmi a cura di Etcetera), ma stavolta ci sarà un momento speciale per i nostri sostenitori: prima di Tempi moderni verranno proiettati due cortometraggi di Chaplin, The immigrant e Easy street, sonorizzati dal vivo al pianoforte da Daniele Furlati. Una serata davvero imperdibile!

Di un classico come Tempi moderni sembra non esserci più molto da dire. E invece, grazie al restauro operato dalla Cineteca di Bologna sul film, sono emersi diversi dettagli inediti di sicuro interesse, sia per i cinefili incalliti che per i semplici appassionati. Vediamo quattro curiosità da sapere sul capolavoro di Charlie Chaplin.

Tempi moderni è il commiato di Charlot

Charlie Chaplin Tempi moderni

L’ultimo saluto, che avviene con una delle più note e commoventi sequenze della storia del cinema, rimane impressa anche a ottant’anni di distanza. Charlot, il vagabondo cui Chaplin ha dato corpo e viso in numerosi corto, medio e lungometraggi, esce di scena definitivamente proprio con Tempi moderni. Del resto, essendo diventato uno dei personaggi cardine del cinema muto, difficilmente poteva sopravvivere all’era del sonoro, iniziata qualche anno prima del 1936 nel quale Chaplin pubblica questo suo capolavoro.

Tempi moderni nasce come film parlato

Charlie Chaplin Tempi moderni

Chaplin, stella del cinema muto, sperimentò moltissimo con gli effetti sonori, integrandoli al commento musicale. Tempi moderni è il film dell’invenzione musicale, sonora e vocale per eccellenza. Alla ricchezza della partitura orchestrale si uniscono effetti sonori ingegnosi e voci filtrate da altoparlanti, grammofoni e radio: una serie di intuizioni molto originali.
Chaplin aveva però accarezzato l’idea di realizzare Tempi moderni come un film parlato. Furono effettuati test per il sonoro e scritti dialoghi per quasi tutte le scene. Ma dopo aver girato molto materiale, Chaplin non era evidentemente soddisfatto del risultato.  Non è ancora venuto il momento di abbracciare questa novità: Charlot nasce muto e deve terminare la sua parabola nel mondo che lo ha generato.

Chaplin aveva girato un finale alternativo (ma preferiamo l’originale!)

Charlie Chaplin Tempi moderni

La scena finale di Tempi moderni, quella in cui Charlot e la Monella si allontanano verso l’orizzonte, è tra le più famose della storia del cinema. Non tutti sanno però che questo finale non era il primo girato da Chaplin. In una prima versione l’operaio Charlot, uscito di prigione,  scopre che la Monella, frustrata e sconfitta dagli eventi, ha deciso di prendere i voti. Un finale sicuramente ricco di pathos che però, diciamocelo, non regge però il confronto con quello definitivo. Chaplin decise che, nell’accomiatarsi per sempre dal pubblico, Charlot non dovesse più essere solo nei suoi vagabondaggi.

La partitura delle musiche è stata composta da Chaplin stesso

Charlie Chaplin Tempi moderni

Artista poliedrico e perfezionista, Chaplin scrisse persino le ricchissime partiture musicali che accompagnano il film per tutta la sua durata (83 minuti di musica!). Successivamente, Chaplin avrebbe sempre composto le partiture per i suoi film, ma quella per Tempi moderni fu davvero l’apice della sua carriera di compositore. Chaplin volle seguire di persona le lunghissime sessioni di registrazione con un’imponente orchestra sinfonica di 64 elementi.

Gian Maria, Mariangela e Marcello: tris di talenti per Todo modo

Manca poco alla proiezione di Todo modo al Teatro Ermanno Fabbri di Vignola, secondo appuntamento della rassegna “Lo schermo dietro al sipario” venerdì 20 novembre, con inizio delle proiezioni alle 21 (ingresso singolo a € 5,00).

Dopo aver raccontato di che cosa si tratta – ma senza dire troppo, perché di ogni buon thriller non bisogna rovinare la suspence… – è venuto il momento di parlare dei principali protagonisti del film, volti storici del cinema che hanno prestato il loro talento per questa pellicola dalla storia travagliata e misteriosa.

In questo film che vede nel cast attori di primo piano come Michel Piccoli e Ciccio Ingrassia, spiccano le tre stelle di Gian Maria Volonté, Marcello Mastroianni e Mariangela Melato. Tre talenti puri che hanno impersonato alla perfezione i personaggi che Elio Petri ha cucito loro addosso.

Gian Maria Volonté

Gian Maria Volonté

Considerato uno dei maggiori attori del cinema italiano, molto apprezzato anche all’estero, dopo una gavetta di ruoli minori arriva alla fama con il genere spaghetti western: il maestro Sergio Leone lo vorrà infatti in film come Per un pugno di dollari e Per qualche dollaro in più, mettendone in risalto il talento istrionico. Diventa poi uno degli attori simbolo del cinema d’impegno civile, stringendo un sodalizio con Elio Petri e Francesco Rosi, e recitando in numerose grandi pellicole degli anni Settanta, come Indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto (premio Oscar per il migliore film straniero), La classe operaia va in Paradiso, Il caso Mattei, Lucky Luciano e, più avanti, Il caso Moro.

In Todo modo è l’enigmatico Presidente, l’uomo apparentemente di equilibrio e conciliazione che nasconde in realtà una smisurata ambizione politica ed è ossessionato dal senso del peccato. Un ruolo formidabile, ispirato ad Aldo Moro, che racchiude un’intera epoca storica in due ore di film.

Marcello Mastroianni

Marcello Mastroianni

Se c’è un attore che ha rappresentato l’Italia e il suo cinema in giro per il mondo, questo è Marcello Mastroianni. Elegante, sottile, sbruffone: tante sfumature per un attore che ha interpretato alcuni dei più grandi successi del nostro cinema. Attore feticcio di un maestro come Federico Fellini, tra i suoi film più noti vanno citati almeno La dolce vitaIl bell’AntonioDivorzio all’italianaIeri, oggi, domaniMatrimonio all’italianaLa grande abbuffata e Una giornata particolare.

In Todo modo Mastroianni interpreta Don Gaetano, confessore particolare del Presidente e forse l’uomo che davvero tira i fili della politica più di ogni ministro o consigliere.

Mariangela Melato

Mariangela Melato

Signora del cinema e del teatro, è stata una delle attrici italiane più amate di sempre. Tra i suoi film più noti La classe operaia va in paradisoMimì metallurgico ferito nell’onore, La poliziottaTravolti da un insolito destino nell’azzurro mare d’agosto, ma molti la ricordano anche per la sua appassionata carriera teatrale che l’ha vista protagonista di tournée applauditissime.

In Todo modo interpreta la conturbante moglie del Presidente, ambiziosa quanto e più di lui, dilaniata da desideri che non è in grado di dominare…

Vi aspettiamo con questi tre grandi volti venerdì 20 novembre al Teatro Ermanno Fabbri di Vignola!