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Un’Odissea nello spazio tra curiosità e aneddoti imperdibili

Uno dei film più straordinari mai realizzati, il punto di incontro tra il cinema, la filosofia, la riflessione sulla scienza, sulla tecnologia e sul destino dell’uomo. In estrema sintesi è questo 2001: Odissea nello spazio, il capolavoro di Stanley Kubrick del 1968 che proponiamo per l’appuntamento della rassegna “Lo schermo dietro al sipario” mercoledì 2 marzo alle ore 21 al Teatro Ermanno Fabbri di Vignola.

Una pellicola che ha fatto la storia e che ha segnato l’immaginario collettivo anche di chi non lo ha mai guardato, visto il numero esorbitante di citazioni che si trovano all’interno di altre pellicole, canzoni, opere letterarie, programmi televisivi e tanto altro ancora. Un film, tuttavia, che conserva qualche mistero e che da sempre scatena la fantasia degli esegeti e dei semplici appassionati. Andiamo a soddisfare in questo articolo qualche piccola curiosità prima di goderci il film comodamente seduti sulle poltroncine del teatro.

2001: Odissea nello spazio e la sua straordinaria colonna sonora

2001: odissea nello spazio

Dopo aver inizialmente commissionato una partitura al compositore Alex North (già autore delle musiche di Spartacus), Kubrick si orientò su brani di musica classica e sinfonica, alcuni dei quali diventati famosissimi proprio grazie all’inserimento in 2001: Odissea nello spazio. Sicuramente la memoria corre a Sul bel Danubio blu, il valzer viennese di Johann Strauss che ormai tutti associano al capolavoro di Kubrick; ma non vanno certamente dimenticati i molti brani del compositore ungherese György Ligeti, del musicista armeno Aram Il’ič Chačaturjan e le musiche da Così parlò Zarathustra di Richard Strauss, opera con forti attinenze al film di Kubrick: come il profeta Zarathustra va tra gli uomini a portare una nuova rivelazione, così anche il misterioso monolito che appare alle scimmie nella prima parte del film avrà diversi insegnamenti da impartire.

Cambio di pianeti: esce Saturno entra Giove

2001: odissea nello spazio

2001: Odissea nello spazio nasce da un soggetto comune elaborato da Kubrick e dallo scrittore di fantascienza Arthur C. Clarke, ed uscì contemporaneamente nelle sale come film e nelle librerie come romanzo nel 1968. Le due opere non sono però esattamente identiche, tanto da essere considerate capolavori nei rispettivi generi. Nel racconto di Clarke il viaggio spaziale e il terzo incontro con il monolito avviene nell’orbita di Saturno, mentre Kubrick ambienta l’episodio nell’orbita di Giove. Questa scelta del regista sarebbe dovuta alla notevole difficoltà incontrata dalla squadra degli effetti speciali nel riprodurre l’aspetto degli anelli di Saturno. Essendo Kubrick notoriamente un perfezionista, non si sarebbe mai accontentato di una copia infedele e raffazzonata, per cui ecco la scelta di Giove, che avendo solo lune e non anelli risultava più semplice da riprodurre.

Anche se molti fan di sci-fi e occultismo non si accontentano di questa spiegazione, sostenendo invece che Kubrick sarebbe stato spinto a questo cambio da ambienti occulti di alto livello per evitare richiami troppo espliciti a un vero programma che aveva in Saturno uno dei principali riferimenti. Verità o leggenda?

La canzoncina di Hal 9000

2001: odissea nello spazio

Con un semplice cacciavite l’uomo riprende il controllo dell’utensile più sofisticato mai costruito, totalmente intenzionato a fare a meno di chi lo aveva generato. Nel momento in cui viene messo fuori uso dal coraggio e dall’ingegno delle scimmie evolute che abitano l’astronave, Hal 9000 (il cui nome si dice sia una traslitterazione in avanti di un grafema nell’ordine alfabetico della sigla Ibm – ipotesi seccamente smentita da Clarke) regredisce a uno stato infantile e tra promesse, lusinghe e preghiere intona una canzoncina. Nella versione italiana è la nota Giro girotondo, mentre nell’originale la canzoncina è Bicycle Built for Two, che contiene la rima tra l’iniziale “Daisy, Daisy…” e il verso successivo “I’m half crazy” (“sono mezzo matto”).

Nel 1962 ai Bell Labs fu fatto un esperimento: far cantare un IBM 704, novità quasi sconvolgente per l’epoca. La canzone scelta fu proprio Bicycle Built for Two. Pare che l’esperimento avesse profondamente colpito un visitatore dei Bell Labs: Arthur Clarke, coautore della sceneggiatura di 2001: Odissea nello spazio.

Design futuribile e design “profetico”

2001: odissea nello spazio

Come è tipico del genere fantascientifico, gli oggetti e gli scenari sono ispirati a un idea di futuro che cambia da periodo a periodo. Quello di 2001: Odissea nello spazio è il futuro immaginato negli anni Sessanta della corsa allo spazio. Tute unisex, scafandri spaziali dai colori accesi e arredamenti dalle linee morbide e pulite. Ad esempio nel film fanno bella mostra di se le Djinn (che in arabo significa “genio”), poltrone composte da un unico pezzo che hanno avuto molto successo commerciale in quegli anni. Tuttavia Kubrick è attento ai dettagli e a ciò che significano: nella scena dell’ultima parte del film nella quale l’astronauta Bowman viene proiettato in un’altra dimensione e si ritrova in una stanza, questa è arredata in stile settecentesco. Probabilmente il richiamo è al secolo dei Lumi e della ragione, la funzione più fortemente messa in discussione all’interno di un film che parla di violenza, istinto e dominio.

A volte però la fantascienza è davvero profetica. Nel 2011, durante la causa che vedeva opposti i due giganti dell’elettronica Apple e Samsung – con l’azienda di Cupertino che accusava i coreani di aver copiato per i propri tablet il design dell’iPad – i legali dell’azienda produttrice dei modelli Galaxy cercarono di dimostrare che non esisteva alcun plagio mostrando proprio una scena di 2001: Odissea nello spazio nella quale gli astronauti maneggiavano una tavoletta elettronica del tutto simile nella forma a quella di un iPad. Dunque l’idea di di quel design sarebbe nata con il film, e non nessuno potrebbe accamparvi diritti esclusivi…

Vi aspettiamo per una delle esperienze più intense offerte dalla storia del cinema al Teatro Ermanno Fabbri di Vignola, mercoledì 2 marzo alle ore 21. Non mancate!

Dino Risi: “come spiego a mia moglie che quando guardo fuori dalla finestra sto lavorando?”

Il 23 dicembre 1916 nasce a Milano Dino Risi, il regista che abbiamo deciso di omaggiare nell’anniversario della nascita proiettando uno dei suoi film più famosi, I mostri, martedì 16 febbraio 2016 alle ore 21 al Teatro Ermanno Fabbri di Vignola, nella versione restaurata dal Museo Nazionale del Cinema di Torino e dalla Cineteca di Bologna.

Dino RisiUn “anarchico”, un libero pensatore. È quanto lui stesso avrebbe dichiarato alla maestra delle elementari quando gli chiese perché non frequentasse l’ora di religione (suscitando così l’invidia dei compagni!). Dopo gli studi classici si laurea in Medicina, ma rifiuta di diventare psichiatra, come avrebbero desiderato i genitori, e inizia invece la carriera nel cinema. Come ha affermato lui stesso nella sua autobiografia I miei mostri uscita nel 2004, “stanco di curare gente che non guariva, mi sono dato al cinema”.

Le prime esperienze in campo cinematografico sono accanto ai registi Mario Soldati (Piccolo mondo antico, 1940) e Alberto Lattuada (Giacomo l’idealista, 1942). Il successo arriva grazie a Pane, amore e… (1955), sequel dei fortunati Pane, amore e fantasiaPane, amore e gelosia di Luigi Comencini. Sono i titoli che inaugurano la lunga stagione della commedia all’italiana, che impegnerà una generazione di attori simbolo di un’epoca come Nino Manfredi, Alberto Sordi, Vittorio Gassman e Ugo Tognazzi. Sono i film che raccontano l’Italia del boom economico nella sua tortuosa strada verso la modernità, e che Risi interpreta secondo una propria riconoscibile poetica: popolare, mai eccessivamente sentimentale, attenta al costume, senza rivendicazioni ideologiche. È del 1961 il drammatico Una vita difficile con Alberto Sordi, a cui segue l’anno successivo Il sorpasso, con Vittorio Gassman e Jean-Louis Trintignant, da molti considerato una delle vette assolute del cinema di quegli anni.

Il sorpasso di Dino Risi

La filmografia di Dino Risi riporta un ritratto a tratti impietoso della società italiana, di cui racconta la cialtronaggine trionfante (I mostri, 1963), il romanticismo da fotoromanzo (Straziami ma di baci saziami, 1968), le stravaganti abitudini sessuali (Sesso matto, 1973) e il marcio di una società irrimediabilmente corrotta (In nome del popolo italiano, 1971). Dopo questa stagione, Risi passa al dramma psicologico con Profumo di donna (1974), che ottiene due nomination all’Oscar, e Anima persa (1976), due pellicole sul male di vivere tratte dai romanzi di Giovanni Arpino e interpretate da Vittorio Gassman. Di Profumo di donna sarà girato anche un remake hollywoodiano, Scent of a Woman, con Al Pacino diretto da Martin Brest nel 1992.

Dino Risi

Dino Risi gira insieme a Mario Monicelli e Ettore Scola I nuovi mostri (1977) e negli anni Ottanta prosegue la produzione di commedie. Il suo ultimo film, Giovani e belli, remake di Poveri ma belli, è del 1996. Nel 2002 riceve il Leone d’Oro alla carriera alla Mostra del Cinema di Venezia, nel 2004 il presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi lo insignisce del titolo di Cavaliere di Gran Croce.

Si spegne a Roma, nel residence dove abitava da trent’anni, il 7 giugno del 2008. Uomo arguto e autoironico, certamente non avrebbe voluto toni troppo pomposi o seriosi, a commentare la sua scomparsa. Anche perché sulla vecchiaia, e la morte, ci ha sempre scherzato: “Penso – ha detto una volta – che bisognerebbe andarsene tutti a ottant’anni. Per legge”.

I Mostri di Dino Risi: l’Italia di ieri strizza l’occhio a quella di oggi

Quest’anno il regista Dino Risi, considerato uno dei maestri della “commedia all’italiana”, avrebbe compiuto 100 anni. Scomparso invece nel 2008, ha lasciato un’opera cinematografica ricca e graffiante che abbiamo deciso di omaggiare in questo anniversario.

Per questo martedì 16 febbraio alle ore 21 la rassegna “Lo schermo dietro al sipario” ricorderà Dino Risi proiettando I mostri (1963) al Teatro Ermanno Fabbri di Vignola, una delle sue pellicole più note e divertenti, nella versione restaurata dal Museo Nazionale del Cinema di Torino  e dalla Cineteca di Bologna.

I mostri

Uscito un anno dopo il celebre Il sorpasso, I mostri è un film dalla struttura estremamente libera, un lungometraggio a episodi di diversa lunghezza e complessità per un totale di 118 minuti che ritraggono un’Italia euforica e meschina, quella che sta vivendo il boom economico senza però entrare nella modernità civile. Sceneggiato da Elio Petri, Age e Scarpelli, il film era stato inizialmente progettato per Alberto Sordi. A interpretare i venti episodi del film fu invece la coppia formata da Vittorio Gassman e Ugo Tognazzi, mentre come comprimari nelle diverse vicende raccontate si avvicendano un giovanissimo Ricky Tognazzi, Lando Buzzanca, la cantante Gabriella Ferri, il produttore del film Mario Cecchi Gori e tanti altri, per un film corale e coeso, nonostante l’apparenza della raccolta di frammenti, ambientato nella Roma dei primi anni Sessanta.

I mostri

Un film sui vizi e le contraddizioni di un paese in via di veloce trasformazione, ritratti nei più diversi contesti: in famiglia, di fronte alla giustizia e alla legalità, nello sport, nelle abitudini sessuali, alle prese con la religione e l’amicizia. Gli italiani ritratti da Risi sono biechi e deformi, dei “mostri” appunti, caratteristica che suscita un effetto comico irresistibile e ne esaspera però il carattere immorale (o amorale). Già dai titoli di alcuni degli episodi I mostri è un film ancora molto in sintonia con il nostro tempo: L’educazione sentimentaleLa raccomandazioneChe vitaccia!La giornata dell’onorevoleLatin lovers o La strada è di tutti, solo per citarne alcuni.

Un film da vedere o rivedere sul grande schermo per ricordare uno periodi migliori della storia del cinema italiano. Che ne dici: vieni al cinema con noi?

Qualcuno volò sul nido del cuculo: alzi la mano chi sapeva che…

Un film entrato nell’immaginario popolare, Qualcuno volò sul nido del cuculo. E come ogni pellicola memorabile, anche il capolavoro di Miloš Forman presenta interessanti retroscena e ha generato citazioni e parodie. Ecco alcune cose che (forse) non sapevate sul film in programma lunedì 18 gennaio 2016 alle ore 21 al Teatro Ermanno Fabbri di Vignola.

Che cosa significa Qualcuno volò sul nido del cuculo?

Qualcuno volò sul nido del cuculo

Un titolo memorabile e che tutti ricordano dalla primissima volta in cui lo incontrano, ma di cui pochi conoscono il significato. Sì, perché in effetti il significato del titolo nel film si perde rispetto al libro che lo ha ispirato. L’autore Ken Kesey (che per divergenze economiche e artistiche non parteciperà alla realizzazione del film e non approverà la versione finale) lo esplicita nell’omonimo libro del 1962, dove racconta la sua esperienza diretta di lavoro in un manicomio dell’Oregon. Il titolo viene dal verso di una filastrocca citata nel romanzo, che recita più o meno “uno stormo di tre oche, una volò ad est, una volò ad ovest, una volò sul nido del cuculo”. Il riferimento metaforico è al manicomio stesso e alla parabola del protagonista Randle McMurphy, che da “sano” entra nella struttura per degenerare condizionato dalle regole e dalla vita dell’ospedale psichiatrico. Inoltre già all’epoca la parola “cuckoo” designava nell’inglese colloquiale una persona dai comportamenti insoliti, ed era utilizzata come insulto.

Quando Homer si mise nei panni di Jack Nicholson…

Qualcuno volò sul nido del cuculo

Nella diciottesima puntata della quarta stagione dei Simpson viene fatta una divertente quanto assurda parodia della bellissima scena finale del Cuculo, con l’ubriacone Barney al posto di “Grande Capo” Bromden e il malcapitato Homer… nei panni di Jack Nicholson. Peccato che Barney non voglia salvare l’amico da un’esistenza meschina, bensì non riesca a sopportare l’idea che non voglia più saperne di bere birra!

Citazioni e parodie… in musica

Nemmeno il mondo della musica, e in particolare quello dei videoclip, si è astenuto dal citare Qualcuno volò sul nido del cuculo. In particolare, due delle band più note degli anni Novanta hanno citato in due videoclip di successo le atmosfere e le scene stesse del film di Miloš Forman. Nel video di Basket case i Green Day suonano in una struttura psichiatrica molto simile a quella del film, ambientazione che esaspera i problemi di depressione e instabilità mentale raccontati con ironia nel testo della canzone.

Ancora più espliciti gli Oasis, che hanno scelto per il videoclip di Sunday Morning Call di citare esplicitamente diverse scene, con un ragazzo arrestato e internato in manicomio che come il Jack Nicholson del film si mette a capeggiare gli altri pazienti incitandoli a non sottostare a una disciplina sorda.

Queste sono solo alcune delle curiosità che circondano il film che potrete vedere lunedì 18 gennaio 2016 al Teatro Ermanno Fabbri di Vignola. Curiosi di (ri)vederlo? Vi aspettiamo!

Qualcuno volò sul nido del cuculo, dallo schermo al palcoscenico

La malattia, la coercizione, il pregiudizio, l’asservimento degli individui a un meccanismo più grande di loro che ne determina arbitrariamente il destino, ma anche lo spirito di ribellione, la voglia di libertà e di una società diversa, il tocco umano di cui non si può fare a meno. Di tutto questo parla Qualcuno volò sul nido del cuculo (1976), il capolavoro di Miloš Forman che apre il 2016 della rassegna “Lo schermo dietro al sipario” lunedì 18 gennaio alle 21 al Teatro Ermanno Fabbri di Vignola.

Qualcuno volò sul nido del cuculo

Il film, basato sul romanzo di Ken Kesey del 1962 (l’autore aveva servito da volontario all’interno di un centro per i veterani di guerra), è il ritratto indimenticabile di un ospedale psichiatrico americano degli anni Sessanta. Anni di fermenti fuori da quelle mura grigie, ma anni in cui ancora l’infermità mentale (o presunta tale) veniva vista come stigma sociale e trattata con metodi che oggi definiremmo… non proprio ortodossi. La psichiatria era ancora lontana dalle profonde trasformazioni degli ultimi decenni, che hanno visto l’Italia in prima linea con l’opera di Franco Basaglia e della legge del 1978 che ne porta il nome.

Randle McMurphy, interpretato da un Jack Nicholson in stato di grazia, è un piccolo delinquente che tenta di venir inserito nella struttura psichiatrica fingendosi affetto da malattia mentale per evitare la permanenza in carcere. Non sa di essere finito dalla padella nella brace. Soprattutto non si aspettava la rigida disciplina imposta dalla signora Ratched (interpretata da Louise Fletcher), la caposala che impartisce regole ferree e governa l’istituto umiliando i pazienti e reprimendone i desideri. Lo spirito ribelle di McMurphy diventerà però un’ispirazione per tutti i pazienti, i quali decideranno di seguirlo nei suoi molti atti di ribellione alla disciplina imposta dalla signora Ratched.

Qualcuno volò sul nido del cuculo

Molti degli ingredienti del film si ritrovano anche nell’omonimo spettacolo per la regia di Alessandro Gassmann che andrà in scena al Fabbri il 20 gennaio. Stavolta però l’ambientazione è diversa: siamo ad Aversa, in Campania, nel 1982, ma della pellicola rimane lo straordinario inno alla libertà che valse al film ben cinque premi Oscar (miglior film ai produttori Michael Douglas e Saul Zaentz, miglior regista a Miloš Forman, attore protagonista a Jack Nicholson, attrice protagonista a Louise Fletcher e migliore sceneggiatura non originale). Un film da vedere per chi ancora non lo conosce, un’emozione da rivivere sul grande schermo del Teatro Fabbri per chi già lo conosce.

Film di Natale: i classici “alternativi” da vedere

A Natale, si sa, il cinema la fa da padrone: non si contano ormai i grandi classici natalizi (e non) di cui spesso la televisione ripropone la visione durante il mese di dicembre, ed è per molti una tradizione consolidata quella di andare al cinema durante il periodo natalizio per vedere le ultime uscite cinematografiche, spesso pensate ad hoc. Ma non tutti i film di Natale ne propongono una visione così idilliaca; in alcuni il periodo natalizio fa da sfondo a vicende molto particolari, che spiazzano le aspettative dello spettatore.

Gremlins

Gremlins

In questo gli anni ’80 hanno molto da insegnare, come dimostra Gremlins (Usa, 1984) di Joe Dante, una favola nera – e poco infantile – in cui il giovane Billy riceve in regalo dal padre un Mogwai, un tenero animaletto che non deve essere mai bagnato né nutrito dopo mezzanotte. Ma la accidentale violazione delle regole provoca la proliferazione di mostriciattoli violenti e dispettosi, i gremlin, che seminano il terrore tra le villette addobbate a festa. Forse non tutti sanno che la parola gremlin fu coniata dagli aviatori inglesi durante la Seconda guerra mondiale per indicare i folletti ritenuti responsabili di guasti inesplicabili.

Una poltrona per due

Una poltrona per due

Per molti poi non è davvero Natale senza Una poltrona per due (Usa, 1983) di John Landis, piccola perla di comicità cinematografica ispirata al film Il forestiero di Ronald Neame (1952) e al relativo racconto di Mark Twain. Due anziani fratelli capitalisti scommettono un dollaro per verificare la tesi se sia l’ambiente a determinare il destino dell’individuo e per questo buttano sulla strada il giovane e rampante finanziere Dan Aykroyd mettendo al suo posto il ladruncolo Eddie Murphy che, in breve, diventa un mago della borsa. Ma la beffa si ritorcerà contro gli organizzatori.

S.O.S. fantasmi

sos fantasmi

Non poteva mancare poi un riferimento al Canto di Natale di Dickens, ma aggiornato ai tempi: in S.O.S fantasmi (Usa, 1988) di Richard Donner, un cinico magnate della televisione (interpretato da Bill Murray) alla vigilia di Natale riceve l’inquietante visita, proprio come il vecchio Scrooge, dei fantasmi del Natale presente, passato e futuro, in un poltergeist che lo porta a ravvedersi dalle proprie malefatte.

Edward mani di forbice

Edward mani di forbice

Non si può parlare di Natale “alternativo” senza citare Edward mani di forbice di Tim Burton (1990), favola dark sull’amore, l’amicizia e la diversità. Il film contiene già molto della poetica burtoniana, nella visione esagerata e altamente stereotipata del sobborgo americano e della tipica famiglia che vi abita, nella combinazione degli stili cinematografici anni ‘50/’60 e nei riferimenti al romanzo gotico inglese Frankenstein di Mary Shelley e alla leggenda francese de La bella e la bestia.

Se non li avete già visti, godetevi una serata in compagnia di queste pellicole – i palinsesti natalizi non mancheranno di proporvele! Se invece li avete già visti, quale vi è piaciuto di più?

Quattro curiosità da sapere su Tempi moderni

Il 2 dicembre al Teatro Ermanno Fabbri avete un appuntamento con la Storia. Sì, perché il film che abbiamo scelto per il terzo appuntamento della rassegna “Lo schermo dietro al sipario” è niente meno che Tempi moderni di Charlie Chaplin. Praticamente un monumento su celluloide, uno dei film più noti di sempre i cui fotogrammi sono stampati nell’immaginario collettivo.

La proiezione inizierà come sempre dalle ore 21:00 (e dalle ore 20:00 sarà sempre possibile partecipare alle visite guidate al Museo del Cinema Antonio Marmi a cura di Etcetera), ma stavolta ci sarà un momento speciale per i nostri sostenitori: prima di Tempi moderni verranno proiettati due cortometraggi di Chaplin, The immigrant e Easy street, sonorizzati dal vivo al pianoforte da Daniele Furlati. Una serata davvero imperdibile!

Di un classico come Tempi moderni sembra non esserci più molto da dire. E invece, grazie al restauro operato dalla Cineteca di Bologna sul film, sono emersi diversi dettagli inediti di sicuro interesse, sia per i cinefili incalliti che per i semplici appassionati. Vediamo quattro curiosità da sapere sul capolavoro di Charlie Chaplin.

Tempi moderni è il commiato di Charlot

Charlie Chaplin Tempi moderni

L’ultimo saluto, che avviene con una delle più note e commoventi sequenze della storia del cinema, rimane impressa anche a ottant’anni di distanza. Charlot, il vagabondo cui Chaplin ha dato corpo e viso in numerosi corto, medio e lungometraggi, esce di scena definitivamente proprio con Tempi moderni. Del resto, essendo diventato uno dei personaggi cardine del cinema muto, difficilmente poteva sopravvivere all’era del sonoro, iniziata qualche anno prima del 1936 nel quale Chaplin pubblica questo suo capolavoro.

Tempi moderni nasce come film parlato

Charlie Chaplin Tempi moderni

Chaplin, stella del cinema muto, sperimentò moltissimo con gli effetti sonori, integrandoli al commento musicale. Tempi moderni è il film dell’invenzione musicale, sonora e vocale per eccellenza. Alla ricchezza della partitura orchestrale si uniscono effetti sonori ingegnosi e voci filtrate da altoparlanti, grammofoni e radio: una serie di intuizioni molto originali.
Chaplin aveva però accarezzato l’idea di realizzare Tempi moderni come un film parlato. Furono effettuati test per il sonoro e scritti dialoghi per quasi tutte le scene. Ma dopo aver girato molto materiale, Chaplin non era evidentemente soddisfatto del risultato.  Non è ancora venuto il momento di abbracciare questa novità: Charlot nasce muto e deve terminare la sua parabola nel mondo che lo ha generato.

Chaplin aveva girato un finale alternativo (ma preferiamo l’originale!)

Charlie Chaplin Tempi moderni

La scena finale di Tempi moderni, quella in cui Charlot e la Monella si allontanano verso l’orizzonte, è tra le più famose della storia del cinema. Non tutti sanno però che questo finale non era il primo girato da Chaplin. In una prima versione l’operaio Charlot, uscito di prigione,  scopre che la Monella, frustrata e sconfitta dagli eventi, ha deciso di prendere i voti. Un finale sicuramente ricco di pathos che però, diciamocelo, non regge però il confronto con quello definitivo. Chaplin decise che, nell’accomiatarsi per sempre dal pubblico, Charlot non dovesse più essere solo nei suoi vagabondaggi.

La partitura delle musiche è stata composta da Chaplin stesso

Charlie Chaplin Tempi moderni

Artista poliedrico e perfezionista, Chaplin scrisse persino le ricchissime partiture musicali che accompagnano il film per tutta la sua durata (83 minuti di musica!). Successivamente, Chaplin avrebbe sempre composto le partiture per i suoi film, ma quella per Tempi moderni fu davvero l’apice della sua carriera di compositore. Chaplin volle seguire di persona le lunghissime sessioni di registrazione con un’imponente orchestra sinfonica di 64 elementi.

Charlie Chaplin sta arrivando in città!

Il prossimo appuntamento con “Lo schermo dietro al sipario” si avvicina. Il 2 dicembre sarà la volta di Tempi moderni di Charlie Chaplin, preceduto dai cortometraggi The immigrant e Easy street con accompagnamento dal vivo al pianoforte di Daniele Furlati.

Già da ieri alcuni però si sono verificati strani avvistamenti in giro per Vignola…

Gian Maria, Mariangela e Marcello: tris di talenti per Todo modo

Manca poco alla proiezione di Todo modo al Teatro Ermanno Fabbri di Vignola, secondo appuntamento della rassegna “Lo schermo dietro al sipario” venerdì 20 novembre, con inizio delle proiezioni alle 21 (ingresso singolo a € 5,00).

Dopo aver raccontato di che cosa si tratta – ma senza dire troppo, perché di ogni buon thriller non bisogna rovinare la suspence… – è venuto il momento di parlare dei principali protagonisti del film, volti storici del cinema che hanno prestato il loro talento per questa pellicola dalla storia travagliata e misteriosa.

In questo film che vede nel cast attori di primo piano come Michel Piccoli e Ciccio Ingrassia, spiccano le tre stelle di Gian Maria Volonté, Marcello Mastroianni e Mariangela Melato. Tre talenti puri che hanno impersonato alla perfezione i personaggi che Elio Petri ha cucito loro addosso.

Gian Maria Volonté

Gian Maria Volonté

Considerato uno dei maggiori attori del cinema italiano, molto apprezzato anche all’estero, dopo una gavetta di ruoli minori arriva alla fama con il genere spaghetti western: il maestro Sergio Leone lo vorrà infatti in film come Per un pugno di dollari e Per qualche dollaro in più, mettendone in risalto il talento istrionico. Diventa poi uno degli attori simbolo del cinema d’impegno civile, stringendo un sodalizio con Elio Petri e Francesco Rosi, e recitando in numerose grandi pellicole degli anni Settanta, come Indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto (premio Oscar per il migliore film straniero), La classe operaia va in Paradiso, Il caso Mattei, Lucky Luciano e, più avanti, Il caso Moro.

In Todo modo è l’enigmatico Presidente, l’uomo apparentemente di equilibrio e conciliazione che nasconde in realtà una smisurata ambizione politica ed è ossessionato dal senso del peccato. Un ruolo formidabile, ispirato ad Aldo Moro, che racchiude un’intera epoca storica in due ore di film.

Marcello Mastroianni

Marcello Mastroianni

Se c’è un attore che ha rappresentato l’Italia e il suo cinema in giro per il mondo, questo è Marcello Mastroianni. Elegante, sottile, sbruffone: tante sfumature per un attore che ha interpretato alcuni dei più grandi successi del nostro cinema. Attore feticcio di un maestro come Federico Fellini, tra i suoi film più noti vanno citati almeno La dolce vitaIl bell’AntonioDivorzio all’italianaIeri, oggi, domaniMatrimonio all’italianaLa grande abbuffata e Una giornata particolare.

In Todo modo Mastroianni interpreta Don Gaetano, confessore particolare del Presidente e forse l’uomo che davvero tira i fili della politica più di ogni ministro o consigliere.

Mariangela Melato

Mariangela Melato

Signora del cinema e del teatro, è stata una delle attrici italiane più amate di sempre. Tra i suoi film più noti La classe operaia va in paradisoMimì metallurgico ferito nell’onore, La poliziottaTravolti da un insolito destino nell’azzurro mare d’agosto, ma molti la ricordano anche per la sua appassionata carriera teatrale che l’ha vista protagonista di tournée applauditissime.

In Todo modo interpreta la conturbante moglie del Presidente, ambiziosa quanto e più di lui, dilaniata da desideri che non è in grado di dominare…

Vi aspettiamo con questi tre grandi volti venerdì 20 novembre al Teatro Ermanno Fabbri di Vignola!

Todo modo: cos’è questo capolavoro “riemerso” del cinema italiano?

Todo modo para buscar la voluntad divina: ogni mezzo è lecito per assecondare il volere divino. I misteri del film che Fabricanda propone come secondo appuntamento della rassegna “Lo schermo dietro al sipario” il 20 novembre iniziano dal titolo, che richiama una citazione frequentemente richiamato dal contrito, spietato e controverso protagonista, un politico interpretato da un immenso Gian Maria Volonté. Ma cos’è esattamente Todo modo, e di cosa parla?

Todo modo è un film politico
Nel gioco del potere tutto è lecito, e il film di Elio Petri del 1976 tratto dal romanzo di Leonardo Sciascia (e un testo dell’autore siciliano, L’onorevole, andrà in scena al Teatro Fabbri il 29 novembre all’interno della stagione di prosa di ERT) ne è una rappresentazione chiara e magistralmente messa in scena. In un inquietante albergo gestito da religiosi, va in scena il ritrovo per gli esercizi spirituali dei massimi esponenti del Partito. L’occasione è utile per rese dei conti interne e per elaborare nuove strategie per mantenere il potere, mentre fuori infuria un’epidemia che miete vittime. Nel ritrarre la corruzione di una classe politica e le sue torbide abitudini, Elio Petri, vincitore pochi anni prima del premio Oscar con Indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto,  restituisce un’originale allegoria grottesca del potere diventata un modello (un film come Il Divo di Paolo Sorrentino è profondamente debitore di questa pellicola).

Todo modo è un thriller
Nel bel mezzo degli esercizi spirituali e delle trattative sul potere che si tengono all’albergo Zafer, si sviluppa un’inquietante serie di delitti, efferati e incomprensibili che coinvolgono gli ospiti della struttura. Un giallo in piena regola,  con la tensione che sale con il passare dei minuti e gli enigmi che si accumulano. Cosa sta succedendo nelle stanze e nei corridoi di questo albergo che assomiglia a una prigione dell’Inquisizione?

Todo modo

Todo modo è un film scomodo
Il film, per il contenuto controverso, fu ritirato dalle sale dopo appena un mese di programmazione, e non fu mai più riproposto, neppure in televisione. Dettaglio ancora più inquietante: la copia originale della pellicola fu ritrovata bruciata negli archivi di Cinecittà a Roma. Che le maschere con le quali Petri ritrae in modo piuttosto trasparente i leader dell’epoca (da Moro ad Andreotti a Scelba) e i religiosi inquietanti che si muovono tra le stanze dell’albergo, come il Don Gregorio interpretato da Marcello Mastroianni, si fossero avvicinati troppo alla realtà?

Todo modo è un film profetico
La fine della notorietà del film arrivò nel 1978, quando Aldo Moro fu rapito e ucciso dalle Brigate Rosse. In Todo modo è Volonté a interpretare Il Presidente, un personaggio ricalcato sullo statista democristiano. Il finale di Todo modo sembrò forse troppo profetico e contribuì alla sparizione del capolavoro di Petri dalle sale e dai radar degli appassionati di cinema. Capolavoro che oggi possiamo rivedere nella versione restaurata dalla Cineteca di Bologna e pubblicata quest’anno.

Ci sono abbastanza motivi per non mancare il 20 novembre? Noi vi aspettiamo! Intanto guardatevi il trailer qui sotto: