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Cinema estivo Vignola 2017 al parco di Villa Trenti

Edizione 2017 del cinema estivo a Vignola in una location fresca e suggestiva. Fabricanda è lieta di partecipare alla rassegna Cultura in movimento. In biblioteca e nel parco che nei mesi di luglio e agosto si terrà presso il parco di Villa Trenti. Laboratori, benessere, incontri letterari, teatro e, naturalmente, cinema per animare l’estate in città.

L’iniziativa, a cura del Comune di Vignola e della Fondazione di Vignola, vede la partecipazione di numerose realtà associative del territorio. Per consultare il programma completo: www.auris.it.

Ricorda di portare una poltroncina o un plaid per goderti comodamente le proiezioni. In caso di maltempo, le proiezioni verranno annullate.

Di seguito il programma delle proiezioni del cinema estivo a Vignola 2017 a cura di Fabricanda.

Martedì 1 agosto 2017 – Ore 21.15

FLORENCE

di Stephen Frears. Con Maryl Streep, Hugh Grant, Simon Helberg
Gran Bretagna-USA, 2016, 110 minuti

Florence

New York, 1944. Florence Foster Jenkins è una melomane facoltosa che si crede dotata per il canto. Fiaccata da una malattia, Florence decide di perfezionare il suo “talento” con un maestro compiacente, convinto dal marito a ignorare la sua mediocrità. Cantare per Florence non è un capriccio, ma una terapia che le permette di vivere pienamente dimenticando i suoi problemi. Ma quello che doveva essere un trastullo, diventa il desiderio incontenibile di trovare un palcoscenico. Maestro e consorte si arrendono e l’accompagnano sulle tavole celebri della Carnegie Hall. Nella speranza che il concerto non sia in fiasco.



Martedì 8 agosto 2017 – Ore 21.15

MOONLIGHT

di Barry Jenkins. Con Alex R. Hibbert, Ashton Sanders, Trevante Rhodes
USA, 2016, 111 minuti

moonlight

Miami. Little ha dieci anni ed è il bersaglio dei bulli della scuola. Sua madre si droga, e lui trova rifugio in casa di Juan e Teresa, dove può parlare poco ma sa che può trovare le risposte alle domande che più gli premono. Nero fra soli neri, dei suoi coetanei non condivide l’atteggiamento aggressivo, l’arroganza che indossano fin da piccoli. Chiron – è questo il suo vero nome – è gay e, anche se non lo dice, non sa essere chi non è, non sa e non vuole adeguarsi, così si ribella e finisce in prigione. Quando esce, Black è diverso, cambiato, apparentemente un altro, ma sempre lui. Vincitore di 3 Oscar, tra cui quello di miglior film.



Martedì 22 agosto 2017 – Ore 21.15

IO, DANIEL BLAKE

di Ken Loach. Con Dave Johns, Hayley Squires, Dylan McKiernan
Gran Bretagna-Francia, 2016, 100 minuti

io daniel blake

Newcastle. Daniel Blake è sulla soglia dei sessant’anni e, dopo aver lavorato per tutta la vita, ora per la prima volta ha bisogno, in seguito a un attacco cardiaco, dell’assistenza dello Stato. Fa quindi richiesta del riconoscimento dell’invalidità con il relativo sussidio ma questa viene respinta. Nel frattempo Daniel ha conosciuto una giovane donna, Daisy, madre di due figli che, senza lavoro, ha dovuto accettare l’offerta di un piccolo appartamento dovendo però lasciare Londra e trovandosi così in un ambiente e una città sconosciuti. Tra i due scatta una reciproca solidarietà che deve però fare i conti con delle scelte politiche che di sociale non hanno nulla. Palma d’Oro per il miglior film al Festival di Cannes 2016.



Martedì 29 agosto 2017 – Ore 21.15

A.R.

di Massimo Menchi. Con Enzo Francesca, Anna Rita Ansaloni, Giada Debbia, Graziano Vicoli, Monica Amaduzzi
ITA, 2017, 82 minuti. In collaborazione con Hypno Bureau e Moose.

a.r. film

Andrea Rossi ha una figlia adolescente, due genitori problematici, una moglie lontana e una segretaria assillante; ma soprattutto ha una vita che non gli appartiene. Dopo un attacco di panico decide di intraprendere un percorso di analisi e incontra una terapeuta speciale, la dottoressa Leskly. Questa sorta di sciamana assegna ad Andrea dei “compiti” che lo aiuteranno a ritrovare se stesso, a costo di morire.

 

“Io e Annie”: Woody Allen aveva capito tutto dei rapporti uomo-donna

La seconda stagione della rassegna “Lo schermo dietro al sipario” giunge al termine con l’ultimo appuntamento di martedì 21 marzo alle ore 21 al Teatro Ermanno Fabbri di Vignola con Io e Annie di Woody Allen.

Una commedia romantica e dolceamara vincitrice di quattro premi Oscar, che proprio quest’anno compie 40 anni. Ecco qualche motivo per cui vale la pena di (ri)vederla sul grande schermo – tralasciando il fatto che il regista newyorchese dimostra di aver capito tutto dei rapporti tra uomini e donne!

io e annie

Io e Annie: la sceneggiatura più divertente di sempre

Almeno secondo la Writers Guild of America, il sindacato degli autori americani, che ha stilato una classifica delle 101 sceneggiature più divertenti della storia del cinema. Quella originale scritta da Woody Allen (assieme a Marshall Brickman) per Io e Annie si è piazzata al primissimo posto.

E pensare che doveva essere una sorta di thriller…

Inizialmente, il progetto di Allen era quello di realizzare un vero e proprio giallo, con tanto di omicidio e misteri. E in effetti è con queste intenzioni che è stato girato: la storia d’amore tra Alvy e Annie era solo una sottotrama. Tuttavia, durante il montaggio, Allen si accorse che proprio questa sottotrama era ciò che funzionava meglio; non gli rimase altra scelta che virare verso la commedia romantica e realizzare un vero e proprio capolavoro nel suo genere!

…e doveva essere un “mattone” lunghissimo!

Il titolo iniziale del progetto era Anedonia: il riferimento è al termine della psicologia che indica l’incapacità di un individuo di provare piacere anche in situazioni che per definizione ne procurano. E, soprattutto, durava 4 ore e mezza! Dopo il cambio di programma e di genere, Allen ridusse il film agli attuali 90 minuti o poco più.

io e annie

Diane Keaton: una vera musa ispiratrice

Nome e cognome di Annie Hall (la protagonista e allo stesso tempo il titolo originale del film) si devono letteralmente a Diane Keaton. Hall è infatti il vero cognome dell’attrice, all’epoca compagna di Woody Allen anche nella vita, che era solito soprannominarla proprio Annie.

L’arte del cameo

Nel film compaiono alcuni attori d’eccezione, tra i quali il cantautore Paul Simon, gli attori Shelley Duvall e Christopher Walken e, in una scena esilarante passata alla storia, il sociologo e padre delle teorie moderne sulla comunicazione Marshall McLuhan.

Vi aspettiamo per chiudere in bellezza la stagione: buona visione!

Gli uccelli di Alfred Hitchcock: un capolavoro di arte cinematografica

Appuntamento con un classico intramontabile del maestro della suspense Alfred Hitchcock. Giovedì 9 marzo alle ore 21 al Teatro Ermanno Fabbri, la rassegna “Lo schermo dietro al sipario” presenta la proiezione dell’indimenticabile Gli uccelli: vi assicuriamo che vederlo sul grande schermo è tutta un’altra cosa!

Si tratta di uno dei film più celebrati di Hitchcock, un regista che ha fatto scuola anche nelle scelte produttive dei suoi lavori. E Gli uccelli non fa eccezione.

Gli uccelli dal piccolo al grande schermo

Il soggetto del film è basato sull’omonimo racconto della scritttrice britannica Daphne du Maurier. L’intenzione iniziale di Hitchcock era di farne un telefilm da presentare all’interno del suo fortunato contenitore televisivo Alfred Hitchcok presenta. Il destino volle che il regista cambiasse poi idea dopo aver letto una notizia riguardante vere e proprie invasioni di uccelli in alcune località sulla costa californiana.

Il maestro delle illusioni ottiche

Per girare Gli uccelli, Hitchcock miseso a dura prova le capacità del suo staff e inventò alcune soluzioni tecniche che dimostrano la sua grande competenza dietro alla macchina da presa. Il film prevedeva l’utilizzo di riproduzioni meccaniche dei volatili – costate una parte consistente del budget disponibile per il film – ma il regista decise ben presto di affidarsi a pennuti veri.

gli uccelli di alfred hitchcock

Per tentare di addomesticare per quanto possibile le migliaia di uccelli di ogni specie impiegati sul set, e renderli in grado di girare le scene esattamente come voleva il regista, furono adottati escamotage ingegnosi: ad esempio alle zampe delle cornacchie furono attaccate delle calamite per spingerle ad allinearsi in modo ordinato prima di un attacco. Il risultato sullo schermo è davvero inquietante, anche se pare che, nel momento di spiccare il volo, i volatili ruotarono in avanti e rimasero attaccati l’un l’altro a testa in giù!

Altro ingegnoso trucco di Hitchcock è quello di mescolare riproduzioni piatte dei corvi a quelli veri, giocando sull’illusione ottica: l’occhio infatti vede il movimento e, in una massa caotica di oggetti fermi e svolazzanti, si inganna e riceve l’impressione che tutto ciò che vede sia “vivo”.

gli uccelli di alfred hitchcock

1 scena, 7 giorni, 32 inquadrature

La maniacalità di Hitchcock sul set è leggendaria. Per Gli uccelli la scena che vede la protagonista Tippi Hedren (bionda e algida come da copione) attaccata dai volatili è stata ripetuta per sette giorni con trentadue inquadrature diverse. Proprio così: per sette giorni la povera attrice si vide aggredita da volatili (veri) attaccati pazientemente con fili invisibili al suo vestito. La bionda Hedren non resistì allo stress e fu ricoverata in ospedale durante le riprese per un esaurimento nervoso. La scena fu poi completata con l’utilizzo di una controfigura. Il tutto per 1 minuto di sequenza!

Vi aspettiamo giovedì 9 marzo al Teatro Ermanno Fabbri: non mancate!

Charlie Chaplin vs. Buster Keaton: confronto fra titani sullo schermo del Fabbri di Vignola

Appuntamento imperdibile con i due più grandi artisti del cinema muto, per l’occasione sullo stesso schermo ed entrambi in versione restaurata. Charlie Chaplin e Buster Keaton saranno i protagonisti di una doppia proiezione d’autore mercoledì 15 febbraio alle ore 21 al Teatro Ermanno Fabbri di Vignola, il primo con Il monello (1921, 60 minuti), il secondo con Sherlock Jr. (1925, 45 minuti).

Restaurati dal laboratorio “L’Immagine Ritrovata”, nell’ambito del progetto di distribuzione dei classici “Il Cinema Ritrovato. Al cinema” a cura della Cineteca di Bologna, due capolavori di nuovo in sala con una colonna sonora eseguita dall’Orchestra del Teatro Comunale di Bologna, diretta da Timothy Brock, direttore e compositore che ha recuperato la partitura originale per Il monello e ha ideato le musiche per Sherlock Jr.

Il monello

“Un film con un sorriso – e, forse, una lacrima”: così recita la prima didascalia de Il monello. Il simpatico vagabondo Charlot alleva un neonato abbandonato, crescendolo “a modo suo” e riuscendo ad evitargli l’orfanotrofio, ma non a sviare le ricerche della madre che, divenuta una celebre attrice, rivuole il figlioletto con sé.

Primo lungometraggio di Charlie Chaplin e suo più grande successo, Il monello è una riflessione in parte autobiografica sull’infanzia rubata (lui stesso era stato allevato in orfanotrofio), ma anche un commovente atto d’amore verso l’umanità. Chaplin tiene perfettamente in equilibrio la carica sentimentale del melodramma e le situazioni comiche, grazie al contributo straordinario di spontaneità e abilità mimica di Jackie Coogan, il piccolo coprotagonista del film.

Sherlock Jr.

A seguire, una delle più divertenti, sofisticate e surreali comiche di Buster Keaton, Sherlock Jr. Il proiezionista di un cinema sogna di diventare un detective. L’occasione si presenta quando un rivale in amore lo fa accusare di un furto ai danni della donna contesa. Le indagini, tuttavia, falliscono e il proiezionista torna al suo lavoro. Durante una proiezione si addormenta sognando di essere il grande detective Sherlock Jr…

Il ricorso al sogno come strategia narrativa è affiancato in Keaton a una recitazione controllatissima e all’espressione impassibile che gli valse il soprannome di “great stone face” (volto di pietra), caratteristiche che tolgono alla narrazione ogni accenno di sentimentalismo.

Chaplin contro Keaton: chi vincerà per gli spettatori di oggi? Noi vi aspettiamo per dire la vostra!

David Bowie, un anno dopo: al Fabbri di Vignola L’uomo che cadde sulla terra

Un extraterrestre arriva sulla Terra con l’intenzione di sfruttare le proprie conoscenze scientifiche per salvare dalla siccità il suo pianeta morente. Assunte sembianze umane (con il nome di Thomas Jerome Newton e il volto di David Bowie) l’alieno fonda un impero industriale, ma un suo collaboratore lo tradirà e lo consegnerà al governo dittatoriale. Torturato, umiliato e svuotato di ogni volontà, l’alieno giunto sulla Terra per cercare l’acqua trova invece la dannazione dell’uomo: alcol, sesso, denaro, potere, incomunicabilità.

A 40 anni dall’uscita nelle sale cinematografiche inglesi di uno degli ultimi esempi di fantascienza politicamente impegnata, ispirato a un romanzo di Walter Trevis del 1963 e acclamato da un grande successo di pubblico, L’uomo che cadde sulla Terra è il più accattivante dei film che intorno agli anni Settanta fecero di Roeg l’erede mainstream di registi sperimentali degli anni Sessanta come Alain Resnais, Jean-Luc Godard e Chris Marker. Attraverso un uso strategico del montaggio alternato e un ricco contorno di allusioni visive e musicali dissociative, che danno al racconto l’andamento di un delirio psichedelico, il regista invita lo spettatore a condividere la tragica esperienza dell’extraterrestre forzato a farsi uomo per abbandonare la sua (inquietante per gli uomini) diversità. Forse la vita sulla Terra è strana e sconcertante più di qualunque altra forma di vita nell’Universo.

A poco più di un anno dalla sua scomparsa, Fabricanda vuole rendere omaggio al grande talento di David Bowie, che in questo film fa il suo splendido debutto cinematografico. Nella parte dell’alieno pallido e scarno, Bowie fornisce la sua interpretazione migliore e più convincente, un ruolo che combacia perfettamente a livello iconografico con il personaggio androgino, pop, futuristico che incarnava negli anni Settanta.

Il mago di Oz nella nuovissima versione restaurata al Teatro Fabbri di Vignola

Anche il nostro proiettore è stato colpito dai malanni di stagione, e oggi deve stare a risposo. Slitta dunque a domenica 15 gennaio alle ore 16, al Teatro Ermanno Fabbri di Vignola, la proiezione del mitico Il mago di Oz, nella nuovissima versione restaurata realizzata da Warner Bros.

Biglietto d’ingresso a € 5,00 e solo € 3,00 fino ai 12 anni di età.

Grazie alla trasformazione digitale del Technicolor in 4K ad altissima definizione, un grande classico si rinnova e continua ad affascinare milioni di spettatori, perché “nessun posto è bello come casa”.

Il mago di Oz: tanti registi, un capolavoro e… Via col vento

Uscito nel 1939 e basato sul romanzo di L. Frank Baum, Il mago di Oz è ufficialmente accreditato a Victor Fleming, che tuttavia è solo uno dei cinque registi che si sono susseguiti nelle riprese. Richard Thorpe girò diverse settimane di materiale, del quale nulla appare nel montaggio finale. La produzione, insoddisfatta del suo lavoro, assoldò George Cukor, che si limitò a dare alcune idee creative senza girare nulla, perché fu ingaggiato come regista di Via col vento. Prese il suo posto Victor Fleming, che girò la maggior parte del film finché non venne incaricato della regia proprio di Via col vento (sostituendo di nuovo Cukor!). La produzione fu portata a termine da King Vidor e dal produttore Mervyn LeRoy.

Fleming si impegnò comunque nel montaggio, che portava avanti di notte mentre di giorno era impegnato sul set di Via col vento. Alla cerimonia degli Oscar del 1940, entrambi i titoli furono candidati come Miglior film dell’anno, ma a vincere la statuetta fu il kolossal con protagonista Rossella O’Hara. A Il mago di Oz andò il premio per la miglior colonna sonora e per la canzone originale Over the rainbow, nell’incantevole interpretazione che diede il via alla carriera di Judy Garland.

Simboli e significati del film

Proprio la canzone Over the Rainbow e la famosa frase “There’s no place like home” (“Nessun posto è come casa”) sono l’emblema di questo film. La prima rappresenta la voglia di crescere, di avventurarsi verso nuovi orizzonti, mentre la seconda, il ritorno a casa che definisce e completa la propria identità. Infatti nel film un tornado trasporta la bambina Dorothy e il suo cagnolino Toto dal “grigio” Kansas, la loro casa, al magico mondo di Oz: colorato (grazie all’allora innovativo Technicolor) e pieno di speranze.

Lì la bambina incontra tre amici: lo Spaventapasseri, il Leone e l’Uomo di latta. Con loro intraprenderà un viaggio verso la realizzazione dei loro desideri: il Leone desidera il coraggio, lo Spaventapasseri un cervello, l’Uomo di latta un cuore, mentre Dorothy vuole tornare a casa. Cercheranno di raggiungere il grande mago di Oz, l’unico in grado di esaudire i loro desideri, ma nel viaggio non mancheranno le difficoltà e le malignità dalla strega cattiva del Ovest.

Il mago di Oz e il suo tempo

Il senso di speranza che si percepisce durante il film riflette il periodo storico in cui è stato prodotto. Gli Stati Uniti cercavano l’uscita dagli anni della Grande Depressione e il cinema, soprattutto il genere musicale, esorcizzava i giorni bui della crisi stravolgendo la realtà e donando un’occasione di distrazione e sollievo. Inevitabili furono quindi le allusioni politiche associate al film, specialmente al New Deal di Roosevelt: il potente mago di Oz dona nuova speranza ai protagonisti e agli abitanti del suo mondo, come si sperava avrebbe fatto il grande programma economico del Presidente.

 

20 anni senza Marcello: La dolce vita al Teatro Fabbri di Vignola

Lo sguardo indiscreto e magnetico, una chioma indenne alle ingiustizie del tempo, un’indimenticabile faccia da schiaffi. Fare un’analisi del personaggio Marcello Mastroianni significa soffermarsi su questi e mille altri dettagli del suo fascino senza tempo, quello di un’icona sempre attuale. Imitato, saccheggiato, frequentemente scimmiottato. Irraggiungibile, insomma.

Esattamente vent’anni dopo la sua scomparsa, avvenuta il 19 dicembre 1996, Fabricanda celebra il mito del bel Marcello riproponendo una delle sue interpretazioni più indimenticabili, quella dell’omonimo protagonista de La dolce vita di Federico Fellini. L’appuntamento è per lunedì 19 dicembre al Teatro Ermanno Fabbri di Vignola.

A introdurre la serata un ospite speciale: Vittorio Boarini, docente universitario, ideatore di numerosi festival nazionali di cinema e fondatore nel 1974 della Cineteca comunale di Bologna, poi divenuta Fondazione, per lungo tempo direttore della Fondazione Fellini di Rimini.

Sette episodi che vedono protagonista Marcello Rubini, scrittore nell’animo, ma giornalista scandalistico per mestiere. Le sue giornate trascorrono percorrendo in un lungo e in largo via Veneto, la sede ufficiale della “dolce vita” romana a cavallo tra gli anni Cinquanta e Sessanta, assieme al fotografo Paparazzo (un nome che è diventato la definizione per antonomasia dei fotografi delle star). La trama si sviluppa poi per successive scene sullo sfondo di una Roma incantevole e quasi metafisica, popolata da stelle dei rotocalchi, nobiltà decadente, mondanità ed episodi euforia collettiva. Marcello attraversa tutto questo con cinismo e disincanto.

Infarcito di scene destinate a fare storia, La dolce vita è il film simbolo di un’epoca, il racconto originale e mitico della sua spensieratezza e delle sue inquietudini.

Un sentimento del tempo perfettamente incarnato proprio da Mastroianni: un mix di svagatezza, disinvoltura, disobbedienza ad ogni canone, senso tragico combattuto con un’irraggiungibile capacità di non prendersi troppo sul serio. Uno degli uomini simbolo del nostro tempo.

Rivederlo sul grande schermo è un’emozione da non perdere.

 

L’armata Brancaleone: un film diventato proverbiale (e non per modo di dire!)

Si ride, e tanto, con il secondo appuntamento della rassegna “Lo schermo dietro al sipario”, seconda edizione. Perché il film scelto per la proiezione di martedì 6 dicembre alle ore 21 al Teatro Ermanno Fabbri di Vignola è L’armata Brancaleone di Mario Monicelli.

Un film che giusto quest’anno compie 50 anni e che ancora rappresenta una pietra miliare del filone comico del cinema italiano. Questo sicuramente grazie a Vittorio Gassman, che impersona lo sbruffone e millantatore cavaliere Brancaleone da Norcia, e grazie al contorno di personaggi improbabili che lo accompagnano nelle sue sgangherate avventure (fra i vari attori che appaiono nel film va citato anche il grande Gian Maria Volonté).

Ma la chiave comica del capolavoro di Monicelli sta sicuramente nella sceneggiatura esilarante scritta da Age e Scarpelli, il duo di autori più influenti nel genere della “commedia all’italiana”. I due inventano un Medioevo truculento e grottesco allo stesso tempo e lo arricchiscono di un linguaggio di pura fantasia, ma dall’effetto comico assicurato. Si tratta di un’operazione simile al grammelot, ovvero una lingua che impasta termini di diverse derivazioni. Nel caso di L’armata Brancaleone, le parlate dialettali del Lazio incontrano il latino, dando vita a modi di espressione dissacranti e gustosissime.

Non tutti i film possono vantare l’ingresso del proprio titolo nei dizionari!

E non è tutto: pochi film come questo sono riusciti a far entrare parole e battute nel linguaggio corrente, come espressioni di uso comune o come scherzose citazioni dal film. Su tutte, sicuramente il titolo stesso del film. Oggi, sia in ambito giornalistico sia in ambito colloquiale, “armata Brancaleone” sta a indicare un gruppo di persone male assortito, spesso male in arnese, molto confusionario e disorganizzato e con le idee ben poco chiare. Non tutti i film possono vantare l’ingresso del proprio titolo nei dizionari!

Vi aspettiamo per divertirci assieme con le avventure di questa sgangherata compagnia e festeggiare i 50 anni di uno dei film più divertenti del cinema italiano!

Taxi Driver: il cult di Martin Scorsese 40 anni dopo

New York: il reduce del Vietnam Travis Bickle, ossessionato dalla sporcizia materiale e morale che lo circonda, impegna le sue notti insonni facendo il tassista. In una claustrofobica discesa nel baratro della solitudine, in bilico sui margini della sanità mentale, incontra due donne per lui diversamente irraggiungibili: la prostituta minorenne Easy (interpretata da una giovanissima Jodie Foster) e la borghese Betsy, che lavora alla campagna presidenziale del senatore Palantine. Il suo già fragile equilibrio crolla, e Travis decide un’azione drastica e violenta che avrà esiti impensati.

A 40 anni dalla prima proiezione Fabricanda presenta la versione restaurata del capolavoro di Martin Scorsese, una pietra miliare del cinema americano, candidato a quattro premi Oscar, Palma d’oro a Cannes come miglior film. Un giovane Robert De Niro in stato di grazia, entrato per sempre nella memoria collettiva con la celebre scena “You talkin’ to me? You talkin’ to me?” davanti allo specchio, tradotta nella versione italiana con la voce dell’indimenticato Ferruccio Amendola. Sceneggiatura di Paul Schrader e ultima colonna sonora di Bernard Herrman, già all’opera in Psycho di Hitchcock.

Dello stato d’animo in cui fu concepito il film racconta lo stesso Scorsese, che compare anche in un cameo (è il cliente che si fa portare in taxi per osservare la moglie che lo tradisce): “La scrittura di questa sceneggiatura è stata un’autoterapia. Stavo attraversando un periodo molto buio. Ero in condizioni disperate. Questo personaggio iniziò a impossessarsi della mia vita. Sentii che dovevo metterlo nero su bianco per non diventare come lui. Vivevo nella mia auto, stavo andando alla deriva. A 26 anni finii in ospedale per un’ulcera sanguinante. In ospedale mi venne in mente questa metafora del taxi, come una bara umana che scorre per le fogne della città, che sembra vivere al centro della società ma in realtà è completamente solo. Alla fine ha funzionato”.

Casablanca: il film “di guerra” più romantico di sempre

Un film entrato nella leggenda, le cui star sono la coppia cinematografica per eccellenza che ispira ogni duetto da grande schermo ancora oggi. Il paradigma di ogni storia d’amore cinematografica. Dialoghi e battute che sono entrati nell’uso comune. Questo e molto altro è Casablanca, il film di Michael Curtiz del 1942, con protagonisti Humphrey Bogart e Ingrid Bergman che Fabricanda ha scelto come ultimo appuntamento per la rassegna “Lo schermo dietro al sipario” mercoledì 30 marzo alle ore 21 al Teatro Ermanno Fabbri di Vignola.

Tutto questo e molto altro. Una produzione che apre e rappresenta al meglio la cosiddetta Età dell’Oro di Hollywood, ma che ha diverse storie poco note da raccontare, oltre a quella dell’amore impossibile tra Rick e Ilsa e dello scontro tra idealismo e cinismo nel bel mezzo della Seconda guerra mondiale.

Le origini “pratiche” di un grande capolavoro

casablanca

Diamo un’occhiata alle date. La produzione di Casablanca (la cui sceneggiatura è basata su una pièce teatrale all’epoca non ancora messa in scena) si svolge tra il maggio e l’agosto 1942, e il film esce nelle sale nel novembre dello stesso anno. Il 7 dicembre dell’anno precedente i giapponesi avevano attaccato la base navale statunitense di Pearl Harbour, decretando l’ingresso nel conflitto che già infiammava l’Europa e il Pacifico degli Stati Uniti. Nonostante il trauma di Pearl Harbour, il governo statunitense necessitava di convincere la popolazione dell’opportunità dell’entrata in guerra. Dal 1939, allo scoppio della guerra in Europa, gli Stati Uniti si erano limitati a fornire aiuti materiali agli inglesi e a cercare soluzioni diplomatiche per fermare l’espansionismo giapponese nel Pacifico. Molti erano i movimenti nettamente isolazionisti. Servivano operazioni di persuasione politica e culturale molto forti perché l’intero paese remasse a sostegno dell’intervento.

Per contrastare il sentimento generalmente negativo degli americani verso una guerra lontana da casa, il Dipartimento della Guerra mise in piedi una divisione denominata “War Films”, e affidò a registi come John Ford e Frank Capra e a scrittori come Julius e Philip Epstein (sceneggiatori di Casablanca) la creazione di una serie di film di propaganda sull’impegno bellico degli Stati Uniti. Ogni progetto doveva toccare corde ben precise e mostrare aspetti politici legati alla guerra. Al progetto di Casablanca furono assegnati il tema principale “Nazioni Unite — Nazioni ocupate” e un tema secondario per il quale “il desiderio personale deve essere subordinato all’obiettivo di sconfiggere il fascismo”. Il primo punto si realizza con le molte nazionalità rappresentate all’interno del film, mentre il secondo è ovviamente incarnato dal Rick Blaine interpretato da Bogart.

Casablanca, un film di guerra… senza guerra

casablanca cast

Dunque uno dei più grandi film della storia di Hollywood nasce come progetto di propaganda politica. E una delle storie d’amore più belle del grande schermo è in pratica un film di guerra. Magie del cinema! Un film di guerra che però non mostra combattimenti, essendo ambientato in un territorio “non giurisdizionale” come i possedimenti coloniali francesi nel Nordafrica – e tra i diversi errori e forzature del film c’è la presenza dei tedeschi a Casablanca, cosa mai avvenuta poiché le colonie francesi erano controllate dal Governo di Vichy, alleato dei nazisti, e un trattato prevedeva la non ingerenza tedesca in quelle zone.

Niente combattimenti dunque nell’oasi di Casablanca, anche se la tensione delle vicende belliche è palpabile in tutto il film ed è il motore dell’azione. Piuttosto robuste iniezioni di genere noir, specie nel personaggio del disilluso, cinico e beffardo Rick e nei brillanti dialoghi, alle quali si aggiungono il romanticismo appassionato dei cuori spezzati di Rick e Ilse e del triangolo amoroso che coinvolge anche Victor Laszlo, il patriota antifascista sposato con il personaggio interpretato dalla Bergman.

Il famosissimo finale del film ambientato all’aeroporto è chiaramente il trionfo dell’aspetto propagandistico su quello romantico. Tuttavia, l’impossibilità di ricomporre una storia d’amore perfetta è anche la soluzione che rende quel finale particolarmente leggendario: Rick si nega l’amore, ma è finalmente riconquistato alla “causa giusta”. Diciamo la verità: un finale differente (che pure, a detta di Ingrid Bergman, era stato studiato ma mai girato) non sarebbe passato altrettanto alla storia!

Per vedere o rivedere questo classico immortale, vi aspettiamo al Teatro Ermanno Fabbri il 30 marzo!