David Bowie, un anno dopo: al Fabbri di Vignola L’uomo che cadde sulla terra

Un extraterrestre arriva sulla Terra con l’intenzione di sfruttare le proprie conoscenze scientifiche per salvare dalla siccità il suo pianeta morente. Assunte sembianze umane (con il nome di Thomas Jerome Newton e il volto di David Bowie) l’alieno fonda un impero industriale, ma un suo collaboratore lo tradirà e lo consegnerà al governo dittatoriale. Torturato, umiliato e svuotato di ogni volontà, l’alieno giunto sulla Terra per cercare l’acqua trova invece la dannazione dell’uomo: alcol, sesso, denaro, potere, incomunicabilità.

A 40 anni dall’uscita nelle sale cinematografiche inglesi di uno degli ultimi esempi di fantascienza politicamente impegnata, ispirato a un romanzo di Walter Trevis del 1963 e acclamato da un grande successo di pubblico, L’uomo che cadde sulla Terra è il più accattivante dei film che intorno agli anni Settanta fecero di Roeg l’erede mainstream di registi sperimentali degli anni Sessanta come Alain Resnais, Jean-Luc Godard e Chris Marker. Attraverso un uso strategico del montaggio alternato e un ricco contorno di allusioni visive e musicali dissociative, che danno al racconto l’andamento di un delirio psichedelico, il regista invita lo spettatore a condividere la tragica esperienza dell’extraterrestre forzato a farsi uomo per abbandonare la sua (inquietante per gli uomini) diversità. Forse la vita sulla Terra è strana e sconcertante più di qualunque altra forma di vita nell’Universo.

A poco più di un anno dalla sua scomparsa, Fabricanda vuole rendere omaggio al grande talento di David Bowie, che in questo film fa il suo splendido debutto cinematografico. Nella parte dell’alieno pallido e scarno, Bowie fornisce la sua interpretazione migliore e più convincente, un ruolo che combacia perfettamente a livello iconografico con il personaggio androgino, pop, futuristico che incarnava negli anni Settanta.